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Study Break Speciale Fashion – Il Report

di Team Editoriale | M4U

Nel contesto degli Study Break di M4U, abbiamo avuto l’opportunità di confrontarci con Fabio Colacchio, Chief of Staff in Marni, su temi legati a evoluzione del settore e percorsi di carriera, raccogliendo diversi spunti concreti sulle sfide e opportunità nel mondo della moda.

Il percorso professionale di Fabio si potrebbe definire non convenzionale, e proprio per questo di particolare interesse per tutti noi. Inizia nel Marketing in Procter & Gamble, per poi entrare in consulenza dopo aver quindi già maturato esperienza in una realtà corporate, e rimane in Bain&Company per dieci anni, fino a diventare Partner nella practice Moda e Lusso dell’ufficio di Milano, punto di riferimento per il settore a livello mondiale. Si sposta poi dalla consulenza per assumere il ruolo di VP Strategy & Transformation in Versace, dove - tra le altre cose - crea la funzione di Retail Excellence. Il suo percorso nel settore della moda prosegue quindi con un ruolo di executive leadership e general management come Chief of Staff in Marni, con responsabilità sui business delle licenze e delle collaboration, nonché a capo ad interim del Marketing, tra le altre priorità strategiche affiancando il CEO.

Nelle nostre domande è tornato spesso il tema dell’ingresso e dei percorsi di carriera nel mondo della moda, soprattutto per chi non ha già una formazione o esperienze in questo settore. Oggi il comparto sta attraversando una fase se non di crisi, quanto meno di polarizzazione, e di conseguenza, anche di saturazione. Diventa importante quindi trovare la propria unique selling proposition e distinguersi, ad esempio attraverso una specializzazione di ruolo, supportati da un network di qualità, non necessariamente numeroso. Non c’è una ricetta perfetta, e anzi, in alcuni casi, se arrivare da outsider può essere visto come un limite, alle volte si rivela un tratto distintivo in certe interlocuzioni.

Parlando di evoluzione del settore è emerso inevitabilmente anche il tema dell’intelligenza artificiale e della tecnologia. Se l’impatto maggiore si vede – e si vedrà sempre di più – nell’ottimizzazione e nell’efficientamento dei processi, è molto diverso il modo in cui i diversi brand adottano queste innovazioni. In realtà, heritage e tecnologia non sono in contrapposizione: il primo rappresenta il cosa, mentre AI e tecnologia definiscono il come questo viene costruito e veicolato ai consumatori lungo tutto il processo creativo. Tuttavia, in aziende con una forte identità e valori legati all’artigianalità, persistono resistenze culturali che possono rallentare l’integrazione di strumenti capaci di agire come abilitatori, senza per forza alterare l’essenza del prodotto.

All’interno di un brand, quindi, per chi come un Chief of Staff deve portare avanti progetti strategici e di trasformazione, o comunque trasversali a più interlocutori, team e funzioni diverse, le sfide sono molte. Si tratta infatti di un ruolo per sua natura generalista, che se da un lato offre la possibilità di avere una visione d’insieme sull’azienda e quindi di poter agire e lavorare su tutte le aree, dall’altro potrebbe anche richiedere uno sforzo maggiore nei momenti di cambio o reindirizzamento della carriera. Nel ruolo specifico, inoltre, non è raro incontrare resistenze o difficoltà nel gestire priorità diverse e talvolta contrapposte. In questo senso, l’adozione di un framework decisionale chiaro e reiterato, basato su criteri condivisi (come la piramide di segmentazione del consumatore), diventa fondamentale per mantenere allineamento e direzione.

Chiave, in ruoli come questo, è anche la trasparenza nel rapporto con interlocutori diversi e la coerenza nelle decisioni prese, per evitare stalli e far convergere tutti verso un’unica direzione, soprattutto in situazioni critiche o emergenziali. Allo stesso tempo, è importante adottare una governance esplicita, con ruoli chiari e responsabilità definite su chi prende le decisioni. In relazione a questo, è emerso anche il valore di un’esperienza in consulenza, che abitua a lavorare in contesti strutturati ma dinamici e aiuta a sviluppare alcune qualità – ricorrenti nei profili generalisti con un trascorso in consulenza – come curiosità continua, forte motivazione e la capacità di esporsi e prendere posizione quando serve.

Ritorna qui la differenza tra percorsi più generalisti e percorsi invece verticali. I profili che riescono ad avere un impatto maggiore sono spesso quelli che non perdono la voglia di imparare e di mettersi in discussione, rispetto a chi rimane ancorato a una verticalità e replica schemi già consolidati. In termini di avanzamento di carriera, però, questo non sempre ha lo stesso effetto. Soprattutto nei momenti di transizione, le aziende tendono a premiare chi porta un modello già collaudato e riconoscibile. Più che una scelta giusta o sbagliata, si tratta di approcci diversi nel modo in cui si costruisce il proprio percorso. Per questo diventa ancora più importante costruirsi un percorso credibile, trovando e valorizzando i propri elementi distintivi e la propria unicità.

-Giovanni Tealdi, Isabella Marcosano, Eleonora Bertone, Giulia Raffaelli


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